- Avevo 8 anni quel 10 giugno del 1940. Che bello, niente più scuola, avevamo ascoltato tutti in divisa, tutti inquadrati ed in silenzio la voce particolare del Duce che annunciava al popolo italiano la sua terribile decisione. Che gioia, che canti!
Giovinezza, giovinezza – primavera di bellezza!
Corso Garibaldi, le piazze adiacenti erano piene di ragazzi e di adulti in festa. Guerra, guerra, cantavamo in un giocondo girotondo.
A casa trovai il viso di mia madre triste; abbracciò me e le mie sorelle più piccole Pina e Ciccina “che Dio ce la mandi buona” sussurrò sopra le nostre teste. Non capivo! Mia nonna si coprì, con il suo scialle di seta, il viso per nascondere le lacrime. Ricordava mio nonno Antonio e la guerra del 15-18: lui in prima linea sul Carso, lei senza notizie da inviare perché analfabeta. La paura antica le riprese il cuore quando il figlio piccolo, mio zio Peppino, classe 1919, venne subito richiamato e spedito sul fronte francese. Altri due figli suoi, Sante e Tatò, erano in Africa Orientale.
Il richiamo alle armi di zio Peppino mi privò di un bellissimo paio di scarpe. Le ricordo ancora, a quasi sessant’anni, perché nel ’40 avere un paio di scarpe era una conquista. Me ne vantavo in ogni momento con le mie compagne, con tutti quelli che mi volevano sentire. Non aveva importanza se mia madre me le aveva comprate due misure più grandi. La punta era imbottita di cotone: mi dovevano durare per molti anni e, si sa, il piede di un’adolescente ha il vizio di allungarsi. Mia madre mi convinse a donarle a mio zio che partì in guerra con le mie belle scarpe nuove!
E’ strano: ricordo con chiarezza il giorno della sua partenza; tanti piccoli particolari come le uova sode per il viaggio preparate dalla nonna o il suo viso giovane che sporgeva dal finestrino del treno per un ultimo abbraccio, sorridente con la promessa di tornare presto. Tornò infatti dal fronte francese con una profonda ferita alla testa che gli procurava dolori lancinanti. Però mai perdette la sua gioia di vivere zio Peppino detto “Garibaldi” per il suo particolare stile di gioco al calcio.
Mio padre, anche lui in armi, apparteneva al genio guastatori addetto al telegrafo, sede di Palermo. Ci raccontava sempre, a mò di favola, che qui aveva incontrato Vittorio De Sica il grande attore cinematografico, suo ufficiale: ne ricordava la signorilità, la gentilezza, la semplicità con cui intratteneva i suoi soldati e lui in particolare. Mio padre gli si era presentato come uno che proiettava “le sue pellicole” nel piccolo paese sulla collina. Era, mio padre, orgoglioso di questo incontro e commosso più che se avesse ricevuto una medaglia d’oro al valore militare sul campo di battaglia. Poi papà venne trasferito a Pozzallo. Tornava a casa ogni sera con la sua fidata bicicletta.
Per me la vita riprese a scorrere serenamente, la guerra era sullo sfondo. Mia madre tagliava i “baddi” di tela bianca tessuta a mano dalla nonna, confezionava vestiti, biancheria intima, tutto quello che poteva servire a tre ragazzine che avevano il difetto di crescere troppo in fretta.
La “guerra lampo” di Mussolini continuava anno dopo anno: sempre più numerose erano le giovani donne vestite tutte di nero, rintanate in casa- “suo marito è caduto in Africa” laconico comunicato che dava inizio a grandi tragedie familiari.
“Suo figlio è disperso in Russia” dissero un giorno a donna Vannina. E l’urlo della madre destò il nostro quartiere sonnolento, percorse tutte le case basse dei contadini, arrivò nei “palazzieddi” fino al comando dei soldati a palazzo Bruno.
Gli anni scolastici passavano; io avevo superato gli esami di ammissione: ora frequentavo la scuola media, allora un lusso per una femmina e figlia di “mastru”. Lo devo a mia madre, donna di grande intelligenza e sensibilità, che aveva superato la diffidenza dei parenti e vinta la sua battaglia senza mettere nel conto i tanti sacrifici da affrontare sicura che “la pruvirienza di S. Antonio e la salute di mio padre” avrebbero fatto il resto.
Di fame ne avevamo sofferta pochina, per la verità quasi niente. Mio zio Pietrino, fratello di papà ”schiettu ranni” riusciva sempre a sottrarre dall’ammasso un po’ di grano proveniente dalle nostre terre in contrada “Miucia”. Lo nascondeva poi “nò tettu muortu” e lo macinava di notte con la complicità di un amico. A scuola, tra l’altro, avevamo il compito di trascrivere sul quaderno i bollettini di guerra trasmessi giornalmente dalla radio. I libri erano su carta autarchica (oggi diremmo riciclata); il grembiule nero, obbligatorio, rivoltato più volte (altro che griffato), ricavato dalla fodera di un vecchio cappotto di mia zia, aveva sempre un colletto bianco di cotone come le calze fatte in casa. Se durante le lezioni la sirena suonava, la Preside signorina Fronterrè ci radunava tutti nella grande sala della presidenza sino al cessato allarme.
Poi fu un pomeriggio caldo d’estate quel 9 luglio del‘43!
La scuola era terminata, senza impegni scolastici noi ragazzi del quartiere giocavamo sulle strade al sicuro. Mia madre stirava con il grande ferro a carbone e intanto preparava la cena aspettando il rientro di papà. L’attendente di un ufficiale il cui alloggio era lì vicino a casa nostra, là dove oggi sorge palazzo Brafa, era venuto a chiedere una gugliata di filo per attaccare un bottone nella giacca del suo tenente. (Mancavano i nostri soldati anche di quello! E volevamo vincere la guerra!). Suona la sirena e qualcosa di argento che brilla nel sole del meriggio esce dalla pancia di due aeroplani: i volantini di propaganda che incitano alla resa! No, sono bombe!
Il soldato afferra noi ragazzi e spinta dentro casa anche la mamma fa quasi scudo con il suo corpo a tutti quanti. Mia madre intuisce e infila tutti noi piccoli sotto il letto grande: ci crede al sicuro. Con noi c’era anche un ragazzino Quartarone Francesco classe 1932; era lì per caso venuto nella “putia” di mio padre per affittare una bicicletta. Allora in quel tempo nessun ragazzo ne possedeva una sua personale ma con “mezza lira” si assicurava un pomeriggio di “giri”.
Sono pochi secondi ma è un succedersi di esplosioni, colpi di mitragliatrice, aerei in picchiata!
Poi….è finita. Urla!
Un soldato corre verso la caserma, altri soldati verso palazzo Bruno! Ispica bombardata! Ancora una volta morte persone inermi, donne e bambini. Un ricordo come da film – un soldato scende correndo da Corso Umberto verso la piazza tra le braccia un corpicino inerte. Non so perché vedo chiaramente solo un grande fiocco bianco che gli ciondola sulla spalla.
Il finimondo non era finito: nella notte lo sbarco alleato a S. Maria del Focallo; i nostri soldati allo sbando; alcuni di essi cercano di “spogliarsi” e con abiti civili riparano tra la gente del posto.
All’improvviso una notizia terrificante: fucilati due soldati poveri cristi dichiarati a torto disertori. Graziati.
Poi: l’arrivo degli americani; la resa di ciò che rimaneva del nostro esercito che aveva fatto il possibile per difendere le coste della Marza con le sue armi di cartone; il saccheggio del Carmine sede del comando; io che perdo gli zoccoli preziosi ed unici e mia madre che non mi rimprovera per questa perdita.
E, finalmente, Lo vedo – mio padre – con le braccia alzate in segno di resa scendere verso gli americani che aspettavano proprio sotto il nostro terrazzino nel secondo tornante della Barrera venendo da Ispica. Mio padre, pallido, ferito alle mani con la divisa a pezzi come quella del suo tenente Amendola di Palermo e dei suoi commilitoni.
Il silenzio coprì ogni cosa; per me esistevano solo quelle braccia alzate, le sue mani ferite malamente fasciate ed insanguinate. Neppure una lacrima, ma ancora una volta mia madre come allora nel ’40 mi strinse a sé con le mie sorelle: Che Dio aiuti il vostro papà!
Il silenzio fu frantumato. Qualcuno con una strana divisa e un fucile mai visto prima venne a controllare la nostra grotta in posizione strategica rispetto alla strada sottostante dove papà, il mio eroe personale, colui che mi aveva insegnato ad andare in bicicletta, era stato fatto prigioniero.
Qualcuno regalò cioccolato, sigarette e una cosa di gomma che si masticava all’infinito. Ma io ero troppo arrabbiata con questo qualcuno che aveva portato via il mio papà!
Intanto gli americani avevano allestito un campo di raccolta di prigionieri italiani proprio sulla curva del primo tornante. Anche lì ci sono delle grotte che, allora in quei giorni bui, offrivano un comodo rifugio antiaereo. Mia madre con molte altre donne venne lì, ognuna di esse cercava il proprio congiunto.
Io non capì quando comandò a me ed a tutte le altre ragazzine di andare a giocare molto vicino all’unico militare lasciato a guardia dei prigionieri.
-Non discutere come sempre – disse mia madre – fai quello che ti dico e basta; porta con te quante più ragazzine puoi, fatevi dare le caramelle dalla guardia-. Il tono della sua voce non ammetteva repliche.
Mia sorella, più piccola, al riguardo, ha un suo personale ricordo: Ciccinedda canta - le impose mia mamma.
Ciccinedda amava cantare sempre, a tutte le ore, finchè qualcuno non la zittiva.

Il soldato Monaca
All’improvviso su una roccia lontano dalle grotte, si alzò limpida e gioiosa una voce di bimba “caro papà ti scrive la mia mano” poi “mamma son tanto felice” erano le due canzonette che aveva cantato nello spettacolo per i soldati organizzato pochi mesi prima da Saverio Hernandez con la collaborazione del maestro Giuseppe Bellisario, al pianoforte la signorina Anita Montalbano. Sul più bello mamma ci richiamò tutti, quasi ci spinse di corsa verso la nostra grotta. Giunti lì compresi il suo modo di agire frenetico. In fondo alla grotta c’era mio padre con il suo tenente e gli altri commilitoni.
Noi ragazzini avevamo distratto il soldato di guardia al campo (o lui si era lasciato distrarre?) mentre mia madre aveva portato gli abiti borghesi a mio padre ed ai suoi amici. Poi intrufolatosi alla spicciolata erano sgattaiolati via. Nessuno parlò, nemmeno i più piccoli tra di noi.
Così finì la guerra del caporale Monaca e dei suoi commilitoni, lasciati allo sbando senza punti di riferimento, con lo spettro di assurde fucilazioni con l’angoscioso pensiero sulla sorte delle famiglie.
Mi sono lasciata anche io travolgere dagli avvenimenti di quei giorni lontani che hanno segnato la mia adolescenza e quella di tanti altri che non sono stati fortunati come me per avere ritrovato intatto il nido familiare. Come sempre, se apro la porta del passato non finisco mai di correre indietro.