La mia è la storia di un uomo che ha vissuto in pieno i problemi del suo tempo, in pace e in guerra; ha conosciuto la miseria, l’emigrazione; è diventato consapevole della sua intoccabile dignità umana attraverso le dure lotte sindacali in difesa dei diritti dei lavoratori. Mi chiamo Giuseppe Canto, meglio conosciuto come Don Peppe.
Sono uno dei tre maschi della mia famiglia cui si devono aggiungere altre tre femmine. In tutto ben otto persone che gravavano sul magro salario di mio padre bracciante agricolo. Quell’epoca, nel mio ricordo, è segnata dalla carestia e spesso mio padre lavorava un giorno intero (la giornata lavorativa cominciava all’alba e finiva al tramonto) ricevendo come mercede un chilo di farina.

Del pane sentivamo solo il profumo misto a quello della fame. Per tamponare, nel tentativo di mangiare un pò di più, era usanza partire tante famiglie insieme verso le montagne al centro della Sicilia per andare a spigolare. Una carovana pittoresca con carri asini muli e tantissimi bambini. Nella mia memoria è vivo il ricordo di paesi come Gela, poi Licata, Lercara Freddi, Prizzi, Corleone che non sono le cittadine di oggi ma grossi borghi contadini dove vivevano asini, galline, e “cristiani”, tutti in insieme senza norme igieniche e senza acqua. Vita dura e faticosa! Sembravamo tanti zingari che si spostavano ogni settimana da un feudo all’altro dormendo sotto il carro senza luce e usando come bagno l’intimità protettiva di un riparo di fortuna. Perché andavamo sulle montagne? Quando si arrivava nei campi estesi ondeggianti di grano si chiedeva al proprietario o al campiere il permesso di raccogliere le spighe cadute dai covoni; in cambio si dava aiuto ai contadini che spagliavano sotto il sole di luglio nell’aia dove noi li avevamo aiutato a trasportare i covoni. Il lavoro di spigolatori (spigolavano anche i bambini più piccoli attaccati alle lunghe gonne nere delle madri) era duro, faticoso alla fine però si tornava a casa al paese tutti contenti perché la mia famiglia con le altre si era assicurato “ Il mangiare” (così veniva chiamato il grano raccolto) per tutto il lungo inverno.
Ma non era solo la fame la protagonista di quegli anni bui. Con l’avvento del fascismo altri guai piombarono sul povero. Il più disumano lo ricordo come il guaio del Comune chiuso.
Ispica, recinta con una rete metallica alta due metri, poteva essere raggiunta attraverso tre porte che si aprivano su altrettanti casotti: uno all’albero del sospiro - uscita per Modica; uno sulla curva dell’abbeveratoio - uscita per Pozzallo, l’ultimo all’entrata della Barrera. Lì due militi in borghese avevano il compito di fare pagare una tassa - il dazio - su tutta la merce che entrava in paese.
Anche i braccianti e i salariati erano soggetti a tassazione. Ogni merce era così tassata: pomodori, pepi, cipolle, dieci centesimi al chilo; grano, fave, ceci, venti centesimi al chilo. Per il vino si pagavano dieci centesimi al litro.

Ma i poveracci erano anche disprezzati. Capitava che un bracciante rientrava in paese dopo aver lavorato per una intera settimana lontano da casa magari aveva un litro di vino avuto in regalo dal padrone e pensava di berlo la domenica con la famiglia. Se il poveretto non aveva i dieci centesimi per il dazio, lasciava nel casotto ai militi un pegno, andava a casa e riscattava il vino con i suoi sudati risparmi. Anche mio padre, una sera mentre tornava dal “pantano” con me e mia madre subì la stessa sorte per una cesta di pomodori. Chiese ai dazieri il permesso di andare a casa e prendere la lira necessaria.
Con arroganza i due risposero di lasciare come pegno gli orecchini di sua moglie. Volarono parole grosse e uno dei militi denunziò mio padre

per oltraggio a pubblico ufficiale. La sera mio padre si presentò alla casa del Fascio dal capo ufficio. Costui era un bravo uomo, capì la situazione, dopo aver ricevuto la lira rilasciò la dovuta quietanza e tutto finì amichevolmente e senza conseguenze.
Cominciai a lavorare giovanissimo lasciando gli studi elementari che pure mi appassionavano. Nel luglio del 1943 lavoravo come bracciante agricolo alle dipendenza di una grossa azienda in c/da S.Basilio. Nell’aia un cavallo e una mula ubbidivano al mio richiamo e “spagghiavunu” le spighe turgide di grano.
Di notte dormivo sotto il carro e avevo come materasso la paglia odorosa di sole e di fatica. In quella zona era allocato un comando militare italiano a guardia della costa. Dopo il lavoro nel fresco della sera si parlava del più e del meno con i soldati tra cui ricordo un certo Peligra dichiarato disperso e mai più ritornato a casa. All’alba del 10 luglio 1943 il cielo fu attraversato da luci strane; chiamai il mio compagno di lavoro e insieme capimmo che quelle luci erano razzi luminosi.

Lanciati da chi? La risposta la diedero i soldati che correndo verso noi civili ci incitarono a fuggire perché erano sbarcati gli americani ed era in corso una furiosa battaglia con la guardia di finanza e i soldati italiani in difesa della costa.
Ero perplesso sul da farsi responsabile com’ero dell’aia con il suo prezioso contenuto. All’improvviso un gruppo di persone in mutande ci passò vicino piangendo e gridando per lo spavento e la paura. Il mio compagno di lavoro molto più anziano di me decise di piantare tutto, raggiungere la sua famiglia e mettersi in salvo.
D’accordo con lui, inforcai la bicicletta, lo caricai sul porta bagagli e insieme ci avviammo verso Ispica. La paura fu immensa quando dietro di noi si profilò la sagoma di un carro armato anfibio che ci seguiva a distanza.
Il peggio doveva capitarci in c/da Miucia; appena sorpassata una cunetta ho visto a terra quattro soldati americani morti. La paura fa novanta dice il proverbio, ma per noi andò oltre con il carro armato di dietro e i morti ammazzati davanti. Le ali al posto dei pedali e via a tutto gas. Ma le brutte sorprese non erano finite nella discesa dopo la cunetta in c/da Timponelli una colonna di fascisti in fila indiana si preparava all’assalto contro gli anglo-americani. Ma tutto finì in una bolla di sapone giacchè essi furono fatti prigionieri subito.

Fra questi militi c’era un ispicese, certo Adamo Giuseppe, classe 1923. Il paese era sempre più lontano, un sogno, un luogo incantato dove mai saremmo giunti. Dove oggi sorge la rotatoria per Pozzalo-Ispica-Rosolini si alzava al cielo un albero secolare di ulivo (a uliva ri Gilibertu) nei cui rami si era impigliato il paracadute di un soldato americano che era morto. Alcuni ispicesi lo stavano tirando giù per pietà e per paura. Finalmente raggiunsi la mia casa: era vuota, la porta aperta, il pane nel forno, la cenere calda nella cucina.
I miei familiari per la paura delle cannonate e delle bombe, avevano cercato riparo nella vicina cava con gli altri abitanti del quartiere.
La Sig.na Anna Franzò che parlava in inglese e svolgeva mansioni di interprete con gli alleati, mia vicina di casa, mi disse che i miei si erano rifugiati nelle grotte sotto il convento dei Frati Minori.
Gli aerei da bombardamento passavano sulla mia testa e le bombe fioccavano come caramelle.
Presi il pane dal forno lo misi “ne’viertili” e attraverso il cavettone di don Nanè Canto con lo zio Vincenzo Cannata, detto Quartuccio, invalido della I° guerra mondiale, scesi nella cava. Intanto una bomba colpiva la casa di Luigi Rustico uccidendo il cavallo sua unica ricchezza. Schivando nuvole di schegge finalmente raggiunsi la mia famiglia sotto il grande raffu.
All’improvviso si sparge la notizia che gli americani erano arrivati. Assieme ad un altro ragazzo che sarà il futuro direttore della Banca Agricola Corrado Franzò, ci avventurammo alla ricerca degli americani. Corrado conosceva qualche parola di inglese e cercò di farsi capire da due soldati. Quale fù la nostra sorpresa, quando al cattivo inglese di Franzò essi risposero in dialetto spaccafurnaru.
I due soldati americani erano figli di ispicesi emigrati in America: uno di essi si qualificò come appartenente alla famiglia Amico. Un ufficiale mi chiese se volevo collaborare con gli alleati perché molti di essi parlavano il siciliano. Ma io non me la sentivo e con il mio amico mi incamminai verso il posto di blocco.
All’improvviso uno scoppio tremendo per una mina anticarro, un grande dolore mi trapassò la coscia sinistra colpita da una scheggia piuttosto grossa. I soldati, accorsi subito, tagliarono i pantaloni e misero in luce la ferita, la disinfettarono e mi fasciarono; poi si avviarono alla conquista della città di Ispica.
Il podestà di allora avv. Alfieri con i componenti del consiglio si arrese consegnando le chiavi del comune agli Americani.
Brutta bestia, la guerra!. Il fascismo aveva imposto l’autarchia; il caffè si ricavava da foglie di cicoria essiccate al sole e poi macinate. Tutto doveva essere comprato con la tessera annonaria che stabiliva quanti punti toccavano ad ogni persona per pochi grammi di farina o di zucchero. Una razione giornaliera era pari a un digiuno senza fine. Io e i miei fratelli eravamo giovani ma sempre affamati.
Dove non c’è forza si aguzza l’ingegno: le fave (senza tessera) venivano macinate sulla pietra (a’ petra o sali) assieme al granoturco (u’ nigghiu). La polvere ottenuta si mescolava con la poca farina di grano e si faceva il pane . Ho ancora in bocca l’orrendo sapore di quel pane; ma fortunato chi lo poteva mangiare tanto poco se ne poteva trovare. Non solo mangiare era un problema, ma anche vestirsi. La stoffa, anch’essa con i punti della tessera, scarseggiava e in quasi tutte le famiglie ci si arrangiava a cucire povere cose: si rivoltavano più volte pantaloni e giacche nell’illusione di renderli come nuovi, si filava il cotone e la lana delle pecore con cui si confezionavano a mano calze e maglie. Chi possedeva un telaio tesseva a mano lenzuola e coperte.
Quando poi gli indumenti non si potevano né rivoltare né utilizzare, ricordo, mia madre li riduceva in strisce con cui creava coperte variopinte per ripararci dal freddo dell’inverno.
Quanti ricordi si affollano nella mia memoria! Poco prima che scoppiasse la guerra (10/06/1940), ricordo, tutti i paesani ricevemmo dal Podestà l’ordine di recarci lungo le vie del paese per accogliere Benito Mussolini, il duce. Egli visitava in Sicilia le fortificazioni che avrebbero dovuto difendere la costa. Il Podestà del tempo, gran gerarca fascista collaborato dall’On.le Storace ottenne che Mussolini si fermasse anche a Ispica per conferire il titolo di cavaliere al massaro Paolo Gradanti che per primo, in un fondo di proprietà delle N.D. sorelle Modica, in c/da Margio, aveva sperimentato e avviata la coltivazione del cotone.
Nella piazza della casa del fascio (oggi piazza Brancati) si era allestito un grande palco con bandiere tricolori, camice nere, avanguardisti, donne e piccole italiane. Tutto era pronto, anche le transenne che a partire dalla via C.Ciano fino al C/so Umberto dovevano impedire alla folla osannante di scendere dai marciapiedi. La milizia fascista e gli avanguardisti con i fucili garantivano l’ordine. Verso le undici di mattina preceduto dalla milizia di scorta è arrivato il grande Duce.
Allora fui spettatore oculare di un episodio tragi-comico: la macchina del Duce era arrivata all’angolo tra corso Umberto e via S.Biagio quando un gerarca fascista locale completo di stivali e di aquila romana sul cappello si precipitava verso il Duce per dargli il suo abbraccio di filiale omaggio e di sudditanza. Il gerarca aveva appena poggiato il suo piede sul predellino della macchina quando un milite della scorta dall’interno gli mollò uno schiaffone spingendolo a terra. Non cadde perché braccia pietose lo raccolsero subito. Chissà quante volte costui avrà ripensato all’onta di quello schiaffo subito davanti ai suoi sottoposti che magari se la ridevano sotto i baffi!
Inconsapevolmente sono stato testimonio della firma del trattato che sanciva la fine della guerra. Infatti l’8 settembre del 1943 tornavo da Siracusa dove c’era un grande mercato di roba usata. Lì mi ero recato per comprare scarpe e vestiti usati per tutta la mia famiglia. Compiuta la missione per il rientro a casa avevo due vie da scegliere: il treno partiva per Ispica solo il martedì e il venerdì, dunque dovevo aspettare due giorni.
Oppure potevo tornare a piedi.

Scelsi questa ultima via anche perché non avevo i soldi per pagare l’albergo. Sulla via del ritorno incontrai un soldato che aveva perduto i collegamenti con il suo comando. Anche lui veniva ad Ispica da suo zio Belluardo “‘u massa Neli ra Favara”.
Per non percorrere la strada nazionale e non fare brutti incontri frequenti in quel tempo di sbandamento, prendemmo la strada ferrata. Attraversato il ponte vicino Cassibile abbiamo preso un grande spavento: si sentivano fucilate a non finire provenienti da un caseggiato a trecento metri da dove eravamo noi.
Scappammo a tutta forza e ci siamo fermati ad Avola.
Qui abbiamo appreso che proprio in quel casolare nelle campagne di Cassibile americani ed italiani avevano firmato finalmente l’armistizio. Era la fine della guerra.
Con gioia abbiamo ripreso il cammino e siamo arrivati ad Ispica alle ore 4 del mattino impiegando otto ore di marcia. Stanchi morti ma contenti.
Note biografiche: Giuseppe Canto nato a Ispica il 10/06/1923.
Bracciante agricolo presso la baronessa Bruno. A 18 anni è a Lugo di Romagna come manovale edile e poi muratore. Dal 1962 inizia a collaborare con la CGIL camera del lavoro di Ispica. Negli ultimi anni è stato segretario del sindacato pensionati SPI-CGIL.
Militante dal 1946 nel PCI, è stato consigliere comunale negli anni ’70 per due legislature.
Tra i fondatori dell’Associazione Centro Incontro Anziani ha rivestito per molti anni la carica di vice presidente.
Dal volume: Storia della mia Seconda Guerra Mondiale - 2004 - Edizione Comune di Ispica