Nel 255 a.C., la flotta mandata dal Senato romano in aiuto ad Attilio Regolo, al ritorno dall'Africa, fu colta da una tempesta presso Camarina e delle 364 navi (540 secondo Diodoro) solo 80 si salvarono.
Tutta la costa fino a
Capo Pachino fu coperta di cadaveri e navi sfasciate. "Non esiste esempio nella storia", dice Polibio, "di un disastro marittimo più grave di questo”.
Un altro simile avvenne nel
249. La poderosa
armata navale romana, formata da 120 navi da guerra e ben 800 da carico, era divisa in due parti: la più consistente, al comando del Console Lucio Giunio, aveva superato il Capo Pachino e, alla vista della flotta cartaginese, si era posta all'ancora nei luoghi aspri e pericolosi della costa; il resto si trovava al riparo nei pressi di Licata.
Sorta all'improvviso una tempesta, il navarca cartaginese Cartalone, seguendo il consiglio dei suoi esperti nocchieri, riuscì a stento a mettersi in salvo con le sue cento navi, superando il capo Pachino. Il promontorio dove si era ancorato, per sorvegliare le mosse delle flotte avversarie, è assai probabile che fosse proprio quello ora detto Punta Castellazzo, perché altrimenti non ci sarebbe stato il tempo per doppiare Pachino e mettersi al sicuro nel litorale ionico. Il vento che aveva agitato il mare era quello di sud-ovest (libeccio) da cui è protetto il versante orientale, che è invece battuto da quello di sudest (scirocco).
Le flotte romane si infransero purtroppo contro il litorale. Secondo Polibio, tutte le navi furono annientate, mentre Diodoro limita il numero a 80; gli equipaggi però riuscirono a salvarsi a terra.
Nel libro V delle Orazioni contro Verre, Cicerone attribuisce al pretore romano la colpa della perdita della flotta e il grave affronto subito dalle armi romane da parte di pirati della zona.
Il comando delle sette navi era stato affidato da Verre al siracusano Cleomene, marito di una delle sue amanti e come lui inetto e corrotto. Per l'avidità del pretore, gli equipaggi erano stati ridotti e i viveri erano insufficienti. Dopo cinque giorni, spinti dalla fame, approdano a capo Pachino e mentre i marinai si nutrono di radici di palme nane, diffuse nella zona, specie nell'isola di
Capo Passero, Cleomene gozzoviglia con una donnetta, nella tenda fatta erigere nel lido.
Ed ecco che giunge la notizia che quattro brigantini di pirati sono ancorati a poca distanza, nel porto del promontorio Odisseo. Cleomene ubriaco e spaventato, prende subito il largo con la sua veloce nave; gli altri comandanti seguono a distanza. I pirati, capeggiati da Eracleone e Pirgamio, raggiungono. assaltano e depredano le ultime due navi e poi bruciano le altre cinque, abbandonate dagli equipaggi nel porto di Eloro. Imbaldanziti dal facile successo, procedono quindi verso Siracusa e con spavalda sicurezza, la mattina seguente, entrati nel porto, scorazzano fin nel cuore della città e per colmo di affronto, gettano sulle rive le radici della palme trovate nelle navi,
"O misero spettacolo! O quale ludibrio per il nome romano!", esclama sdegnato Cicerone. Ma dal punto di vista dei greco-sicilioti, antenati degli ispicesi e dei pachinesi, l'impresa si può considerare una riuscita ed ardita beffa verso i padroni-ladroni romani!
Purtroppo la conclusione del "fattaccio" non poteva essere più vergognosa, tragica e farsesca! Verre, di cui si mormorava, cosa non inverosibile, esser solito venire a patti di nascosto coi pirati per spartirsi la preda, accordatosi con Cleomene, scaricò tutta la colpa sui comandanti delle navi, che furono gettati in carcere e poi uccisi senza pietà.
L'astronomo-geografo alessandrino Tolomeo (Il sec. d.C.) indica un
Promontorio Odisseo, sito tra il fiume Modicano e il Capo Pachino.
Esso è da identificare con lo scalo o "plaga" di Apolline, segnato negli "itinerari" posteriori al III secolo, fra l'Hereo o Cymbe (corrispondente all'odierna Donnalucata) e Pachino.
Il nome va, secondo Macrobio, messo in relazione al culto ad Apollo Libistino, così chiamato perché avrebbe respinto un'invasione di Libici, colpendoli con la peste.
Nell'età romano-imperiale e bizantina, le navi che, provenendo dalla Grecia e dall'Egitto portavano i beni del mondo mediterraneo a Roma, facevano scalo a Marzamemi, Portopalo o a
Porto Ulisse, che allora doveva essere un buon porto, capace di accogliere grandi navi e con una fiorente città costiera. Il mare penetrava negli attuali pantani e i fondali erano profondi.
La conferma ci è stata data dalla scoperta, durante lavori di scavo,
nel 1963-64 di una parte consistente di una
nave da carico del III-VII sec. d.C., nelle sabbie del
Pantano Longarini, a ca, 600 m. dalla battigia.
Il vascello, uno dei più grandi del tempo, lungo 40 m. ca. e del peso di due o trecento tonnellate, fatto di legno di cipresso, quercia e pistacchio, era greco e aveva forse il nome "ippos" (cavallo). Come tanti altri, si era sfracellato per il terribile scirocco, contro le secche del litorale; era stato presto coperto dalla sabbia, ma la parte rimasta allo scoperto fu fatta a pezzi e utilizzata dalla gente del luogo.
Purtroppo ben 15 m, ca. della prua e del tribordo furono distrutti dagli operai che l'avevano trovato con la pala meccanica. Il resto, comprendente quasi tutta la poppa, fu salvato e portato alla luce da un gruppo di archeologi americani, che lo studiarono e lo conservarono sotto la sabbia in una vasca di cemento della zona, dove ancora si trova.
Allora mancarono i fondi, ma oggi, se restaurata e in parte ricostruita, costituirebbe certo un reperto di inestimabile valore archeologico e una grande attrattiva turistica!
Lo scrittore bizantino Licofrone (sec. XI) nomina "il capo alpestre del figlio di Sisifo (Ulisse)" e una città,
Odissea, sita nel porto dello stesso nome. Il suo commentatore Tzetzes, riportando una tarda tradizione del "diverso esiglio" del mitico eroe omerico, ricorda che Ulisse vi fece scalo e per placare il fantasma di Ecuba che lo atterriva in sogno, avendo egli tirato la prima pietra per lapidaria, le eresse in quel luogo un cenotafio (sepolcro vuoto) ed edificò un tempio ad Ecate o ad Atena.
Il geografo arabo Idrisi (sec. XII) riporta il toponimo arabo Marsa Al B. Walis, che significa appunto "porto di Apollo". Il nome
Marza, esteso a tutta la zona è rimasto fino ad oggi.
Nel
1560 abbiamo la preziosa descrizione dello storico domenicano Tommaso
Fazello che ci parla delle rovine di due antiche città e registra per primo il toponimo "
Castellazzo". Eccola tradotta dal latino: "Cinquecento passi dopo la salina di Longarini, lungo il litorale, vi è una vasta insenatura, detta con termine saraceno Marza (che in latino significa porto), detto Odissea da Tolomeo ed Edissa da Cicerone nel libro V contro Verre, adatto per le navi, dalla cui riva è poco distante una salina dello stesso nome.
Nel promontorio occidentale di questo seno che si allunga al mare verso mezzogiorno, si trovano i monumenti di un'insigne città distrutta che aveva un perimetro di 1500 passi (ca, 1500 metri), posta in un sito magnifico e piacevolissimo. Si vedono anche nella punta i resti di una rocca battuta dal mare e di un edificio di antica costruzione, comprendente anche ambienti sotterranei.
Questo prova a sufficienza che si tratta di una città celebre, del cui nome presso gli antichi non oso affermare nulla … Oggi invece, dalla rocca distrutta, prende il nome di "Castellazzo".
Subito dopo di essa segue uno stagno chiamato Murra (oggi pantano Bruno) che d'estate diventa tutto sale; e dopo, un altro stagno, detto Gorgo Salato (cosiddetto ancor oggi), che, insieme con molti altri da Pachino fin qui, è formato da acque piovane dolci che né si versano in mare né sono turbate dal mare, eppure generano sale purissimo.
A
Gorgo Salato e al suo lido sono vicini tre scogli, poco lontani fra di loro, discosti dalla riva due miglia, detti
"isole dei Porri".
Quindi, sei miglia dopo
Castellazzo e il seno della
Marza, vicino al lido del mare, ci sono due laghi pescosi,
Busaitone e Busaitonello, che sboccano subito in mare. Sono formati da alcune fonti del luogo e da una fonte non lontana dal piccolo castello di Spaccaforno, che ha nome Favara.
Accanto ci sono le ingenti rovine di una piccola città distrutta, che oggi si chiama
Ficallo, dove si vede un tempio certamente grande ma crollato, sopra le cui rovine ora c'è una chiesetta dello stesso nome, sacra alla V. Maria. Giacciono a terra le mura della città e moltissimi resti degli edifici,
Vicino alla città si trova un colle che corre un poco verso il mare a guisa di promontorio, detto volgarmente "Cozzo di S. Maria del Ficallo", nella sua cima si vedono le ingenti rovine di una rocca abbattuta e di antichi edifici. Ai piedi del colle che si congiungono al mare, escono acque dolcissime e abbondantissime, da numerose fonti che scaturiscono dalla viva roccia (oggi purtroppo scomparse).
Anche nella città scorre una grandissima sorgente, per cui tutta questa zona del litorale, oggi chiamata Ficallo, coi suoi fiumi, torrenti, laghi, fonti straordinariamente irrigue, offre agli uomini svariati piaceri, soprattutto con la pesca, l'uccellagione e la caccia.
E soggetta però frequentemente alle stesse immagini in aria che abbiamo ricordato nell'Isola delle Correnti, (Sopra il Fazello descrive lo spettacolo meraviglioso" che si vede all'alba, "di squadre di uomini e navi che par che si combattano insieme e poi si consumano subito, appena il sole comincia a pigliar forza". E' la cosiddetta "Fata Morgana", il miraggio di cui favoleggia la fantasia popolare, da mettere in relazione con fenomeni di riflessione e rifrazione della luce).
Un autore più antico, Giulio Filoteo, ci attesta che al Focallo esisteva una torre "fondata sopra le mura di un gran tempio, come si vede"'. Ma doveva essere scomparsa intorno al 1560, perché non ne parlano né il Fazello né il Camilliani.
Due geografi posteriori al Fazello, il Camilliani (fine 1500) e il Gioieni (metà del 1600) considerano il porto della Marza ancoraggio adatto per 60 galere, ma con parecchie "seccagne".
L'11 agosto 1718 a Capo Passero, (ma l’indicazione è generica) la flotta della Quadruplice Alleanza, Gran Bretagna, Austria, Francia Savoia, comandata dall'ammiraglio inglese, Bing, attaccò con vento favorevole quella spagnola comandata da Castagnedo. Gli Spagnoli perdettero la nave ammiraglia e altre dieci, sei delle quali furono divorate dalle fiamme (Di Blasi).
Da documenti d'archivio è confermata l'esistenza delle saline, forse di età normanna o precedente, dalla metà del 1300 fino alla fine del 1700. Erano di proprietà dei Signori Statella, che li davano in gabella. Nella contrada c'era un borgo rurale con "casamento e Chiesetta detta della Marza". La zona retrostante la fascia litoranea era coltivata a "fastuchere" (pistacchieti) in seguito scomparse, mentre il bosco era sfruttato per legname e carbone.
Nei primi del 1800, in seguito a fattori di crisi economica e occupazionale, da mettere in relazione con la frantumazione delle vaste proprietà degli Statella, al progredire del costante fenomeno dell'insabbiamento, alla piaga della malaria, queste terre vennero abbandonate.
Dopo la divisione a lotti dell'ex vasto feudo
Marina-Marza (fine 1800), iniziò, con grandi sacrifici degli agricoltori, spesso colpiti dalla malaria, l'impianto di numerosi appezzamenti di vigneto.
Il 10 luglio del 1943, come s'è detto nella storia, gli
alleati sbarcavano nel litorale ispicese e iniziavano la marcia verso l'interno.
Dopo la
seconda guerra mondiale venne finalmente sconfitta la malaria, e le colture, specie quella della vite ad alberello, sono state estese e migliorate, anche se i terreni erano sempre considerati di scarso valore. Più di recente si sono diffuse le colture degli ortofrutticoli in serra.
Nel 1977 è stato approvato il piano regolatore che prevede una pianificazione della fascia costiera con insediamenti stagionali e turistici. La superficie interessata è di mq. 13.900.000 con un totale di 3.800.000 mc. da edificare, fra edilizia ricettiva e attrezzature pubbliche e private, per circa 38.000 posti letto. Sono previsti vincoli e adeguate attrezzature turistiche, fra cui quattro parchi: Rio Favara, Duna Grande, Pantani Bruno e Gorgo Salato e Punta Castellazzo, Pantano Longarini.
Il fenomeno dell'abusivismo edilizio, al fine di avere la casa a mare, anche se solo per due o tre mesi all'anno, iniziato intorno al 1968, dopo la costruzione della litoranea, è stato in parte recuperato, nell'ambito dei piani particolareggiati.
I servizi primari debbono ancora essere realizzati; tuttavia è da ricordare che la fascia costiera di S, Maria del Focallo è stata dotata, fra le prime nel meridione, di rete idrica e fognante negli anni 1973-75 e in seguito di due impianti di depurazione. L'approvvigionamento idrico è assicurato da pozzi e serbatoio realizzati in contrada "Carrubba". Queste opere però sono entrate in funzione solo in parte. L'illuminazione, per ora limitata alla litoranea, è stata fatta negli anni 1980.
E' compito primario ed urgente degli Enti preposti (Comune, Provincia, Regione, Associazioni varie) valorizzare e tutelare, dalle deturpazioni, dall'indisciplina e dalla speculazione, questi eccezionali beni paesaggistici, che, assieme a quelli culturali, costituiscono il patrimonio più prezioso e l'attrattiva turistica più importante della nostra zona.
Di recente, in adempimento alle previsioni di piano, è stato realizzato uno dei più grandi e meglio attrezzati complessi turistici della Sicilia, MARISPICA, che ospita decine di migliaia di villeggianti d'ogni parte d'Italia ed esteri.
Di Melchiorre Trigilia dal libro “Storia e guida di Ispica” – So.Ge.Me Editore – luglio 1988