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Spaccaforno nel secolo XIX PDF Stampa E-mail
Scritto da Melchiorre Trigilia   
I moti carbonari del 1820 scoppiarono violenti anche a Spaccafor­no.
Il 15 agosto una gran parte del popolo insorse al grido di "Viva la Sicilia e abbasso il Re!". La gente, affamata e oppressa dalle tasse, assalì ed appiccò il fuoco ad uffici pubblici ed archivi privati. La rivol­ta venne placata con l'intervento di consistenti forze dell'ordine, a cui seguirono numerosi arresti e condanne. Colla minaccia delle ar­mi, furono riscosse le tasse non pagate e rimessi i dazi regi, specie quello più odiato del macino, mentre la vigilanza con spie si faceva più severa. Nel 1822 L’intendente di Noto abolì le Maestranze e Cor­porazioni e nel 1823 furono proibite le adunanze delle Confraternite
In paese si erano intanto formate alcune "vendite", cioè sedi segrete della Carboneria, proprio nelle due Arciconfraternite di S. Maria Mag­giore e dell'Annunziata e in altre case, alle quali avevano aderito an­che alcuni sacerdoti. Nello stesso anno, una congiura, ordita da que­sti affiliati, venne scoperta in seguito alla denuncia del Conte Anto­nio, e nel 1825, mentre alcuni membri di famiglie ispicesi venivano scagionati, altri, Zuccaro, Lentini, Caccamo, Palermo, Serrentino, Santocono, Paternò, furono condannati ad alcuni anni di carcere nell'isola di Ponza; ma poco dopo godettero dell’amnistia.
Nei 1823 Antonio V Statella e Naselli succedette al padre nel Prin­cipato di Cassaro e cedette al fratello D. Francesco il titolo di Marchese di Spaccaforno, ormai solo onorifico.

Antonio ebbe altissime cariche nel Regno delle Due Sicilie; venne insignito delle più alte onorificenze; fu ambasciatore alla corte di To­rino (1816), Madrid (1827), Vienna; ministro degli esteri nel 1840 e Pre­sidente dei Consiglio nel 1859. Nel 1802 aveva sposato Stefania Mon­cada Bologna Figlia del Principe di Paternò, che fu Dama di Corte.
Mori a Napoli l’11/12/1864.

In seguito alle leggi per l'abolizione della feudalità, gli Statella, co­me gli altri grandi feudatari dovettero far fronte alle forti passività del loro patrimonio. Molte proprietà furono concesse in enfiteusi e cosi gli onerosi canoni da pagarsi ai creditori, gravarono sul Comune e sui cittadini l'1/8/1833 fu emanata dal tribunale Civile di Palermo la sentenza esecutiva del Piano di Assegnazione ai creditori, dei beni dei Fratelli Signori Statela: D. Antonio, Principe di Cassaro, D. Francesco, marchese di Spaccaforno, i Conti D. Giovanni, D. Enrico, D. Giuseppe, domiciliati a Palermo nel grande Palazzo settecentesco detto "Spaccaforno-Niscemi”; e inoltre la sorella D. Eleonora Statella, moglie del Duca D. Stefano Sammartino. Ben 112, su un totale di 120 cespiti di credito, in “beni e censi in frumento denaro e terre", gravavano sullo "Stato ex baronia di Spaccaforno". In seguito alla di­ visione di questa immensa proprietà, dal 1829 al 1835, i grandi proprie­tari passarono da 5 a 50 e quelli medi da 100 a 300.

Con la stessa sentenza del 1833, il vasto feudo Marina Marza, esteso salme 588, venne assegnato al Comune di Mineo, in cambio del diritti e crediti ad esso spettanti sull'altra ex baronia statelliana di Montegrifone-Mongiolino.
Al Comune di Spaccaforno la Corte dei Conti, respingendo i recla­mi di Mineo e degli Statella, il 30/11/1844, assegnò 208 salme della Marza, spettanti per la soluzione dei secolari diritti promiscui degli abitanti, di farvi legna, riconosciuti validi già nel 1830. Ma queste ter­re seminative e sabbiose, invece di essere cedute ai contadini più po­veri, furono affittate a un gabellotto.

Il 25/1/1858 il Comune di Mineo mise in vendita le terre Marina Mar­za, col casamento e la Chiesa, anche se date in affitto fino al 1869 e gravate da alcune servitù; ma non si procedette alla vendita. Nel 1866 il feudo fu posto sotto vincolo come "Bosco”, ma nel 1868, essendo il sito stato giudicato non adatto alla forestazione venne svin­colato. Il Comune di Mineo, specie per l'interessamento del suo Sindaco, lo scrittore verista Luigi Capuana, procedette con sollecitudi­ne alla vendita a lotti in enfiteusi della sua parte.
Quello di Spaccaforno invece, dopo molti ritardi, lamentele e tu­multi del popolo affamato di terre, finalmente nel 1902 lo divise in 628 quote, per un totale di 621 ettari.

Anche dell'ex feudo Crocefia, esteso salme legali 270, corrispondenti a 471 ettari, adatto quasi esclusivamente a pascolo e carrube­to, perché collinoso e pietroso s'iniziò nel 1828 da parte del Comune, l'azione di rivendica della parte spettante, contro il proprietario, il Barone Arezzo della Targia la causa si protrasse fin quando il latifondo non fu venduto a grandi lotti. Nel 1933 fu imposto un canone annuo a favore del comune, che nel 1947 fu definitivamente affrancato dai proprietari.

Con le leggi del 1812-16-38 e specialmente col real decreto dell'11/­12/1841, si ordinò la cessazione di ogni diritto angarico e feudale. I comuni furono invitati a richiedere l'abolizione provandone l'esistenza, di questi abusi signorili l'esame delle richieste e l’emanazione delle sentenze spettava all'Intendente della Valle.
Per esempio, al Conte di Modica fu ordinato di rinunciare alla fissazione della meta dei frumenti, perché spettante all'apposita deputazione; alla multa sui frumenti, per gli enfiteuti; alle morosità impo­ste ma non previste dalla legge; all'aumento arbitrario a un mondello del diritto di crivellatina; alle gabelle sui salti d'acqua pubblici.
Agli Statella invece fu implicitamente riconosciuto legittimo sia il canone per l'uso delle acque del fonte Favara, sia i due coppi richie­sti, secondo la consuetudine comune negli altri paesi vicini, per il di­ritto di crivellatina (selezione dei grani). Per quanto riguarda il cosiddetto, "diritto di farinella", dai documenti notarili risulta che dal 1561 al 1702, nei sei mulini di proprietà degli Statella, si pagava, ai gabel­loti che li avevano in affitto quadriennale, un coppo di frumento per tumulo, come "paga per la molitura"; invece nei paesi vicini si paga­vano due coppi. Nel 1842 questo diritto di farinella venne abolito a Spaccaforno, perché considerato abuso feudale; ma quattro mesi dopo il Ministro dell'interno revocò il provvedimento, considerando legittimo il prezzo di macina. In conclusione, ad onor del vero non ri­sulta che gli Statella avessero abusato dei loro poteri, ricorrendo a gravi angherie ed estorsioni.
In questo periodo bisogna registrare due tristi avvenimenti; nel 1824 ci tu un'annata siccitosa e la gente soffrì molto la fame; nel 1837, anche Spaccaforno ebbe numerose vittime per il colera che si era diffuso in tutta l'isola, causando anche gravi tumulti duramente repressi.
L'anno seguente le opportune e generose provvidenze del Re Fer­dinando II, anche a favore di Spaccaforno, specialmente la costruzio­ne della rotabile Noto-Modica, vennero accolte con gratitudine dalla popolazione. Essa manifestò grandissimo entusiasmo il 7/7/1844, in occasione del passaggio della Famiglia reale per la cittadina. Dopo la visita al Comune, dal Palazzo Statella in Via Principe, ora Corso Umberto, i Reali si recarono in solenne processione alla Chiesa Madre.
Ma quattro anni dopo, nel 1846 in seguito alla proclamazione dell'indipendenza della Sicilia anche a Spaccaforno venne istituito un comitato rivoluzionario, che ebbe ampia adesione e cambiato l’umore del popolo, i busti dei regnanti furono fatti a pezzi! Vennero fatte le elezioni politiche, per la scelta di un deputato al parlamento regionale, e quelle amministrative, da cui risultarono eletti 60 consi­glieri.
Nel 1849 la rivoluzione era però fallita e il 15 aprile fu ripristinata a Spaccaforno la precedente amministrazione fedele ai Borboni. I bu­sti dei sovrani furono ricomposti e collocati nella sala del sindaco, Don Francesco Serrentino! Nel dicembre dello stesso anno una co­lonna dell'esercito borbonico, guidata dal Maresciallo di Campo D’Enrico Statella, nominato da Ferdinando Borbone alto Commissario coi poteri dell’"Alter Ego", per l'estirpazione del brigantaggio, veni­va ospitata in città a spese del Comune.
Il Municipio, sito nei locali dell'ex "Casa Granda”, era crollato nel 1832. I lavori di costruzione del nuovo Comune iniziarono nel 1848 e, dopo diverse traversie, furono portate a termine nel 1856.

Il 1860. Dopo lo sbarco di Garibaldi il 15 maggio 1860 a Marsala, anche Spaccaforno insorse assieme alle altre città della provincia. Un numeroso corteo di patrioti percorse le vie del paese, alzando la ban­diera tricolore e inneggiando all'eroe e a Vittorio Emanuele. Dodici furono i "picciotti" volontari di Spaccaforno che furono reclutati da Nicola Fabrizi e seguirono con entusiasmo il generale. Il sindaco borbonico D. Cesare Bruno Gaetani, dimessosi il 23/2/1860, fu rieletto dal Comitato rivoluzionario il 20 maggio e durò in carica fino al 12/­4/1861, quando venne nominato con decreto reale D. Pietro Vaccaro Giuliana.

L'eroe Vincenzo Statella.
Spaccaforno ha dato i natali ad un eroe del Risorgimento, il Conte Vincenzo Statella (1825-1866), figlio del maresciallo Enrico Statella. Spirito indipendente e romantico, in acceso contrasto con la sua famiglia fedelissima ai Borboni, animato dal grande ideale dell'unità d'Italia, partecipò come Capitano del Corpo Volontari di Sicilia, alla prima guerra d'indipendenza e nel 1849, com­battendo valorosamente per la difesa della repubblica romana, si meritò la medaglia d'argento. Nel 1860 partecipò alla spedizione ga­ribaldina e nell'epica battaglia di Milazzo, col Comandante Missori, salvò la vita a Garibaldi e fu perciò nominato suo "Aiutante di Cam­po". Combatté poi al Volturno e nella Terza Guerra d'Indipendenza morendo nella battaglia di Custoza il 24/5/1866, in un eroica carica a cavallo; perciò gli fu conferita la Medaglia d'Oro al valor militare alla memoria.

Nel 1860 venne istituita a Spaccaforno la Guardia Nazionale, comprendente 323 uomini divisi in tre compagnie il 21/10/1860 i cittadini maggiorenni maschi con 1106 voti favorevoli su 1128 iscritti e nessuno contrario votarono per la annessione della Sicilia al Regno d'Italia.

Ma ben presto agli entusiasmi seguirono delusioni e forti malcon­tenti popolari. L’odiata tassa sul macino venne abolita dal Dittatore nel giugno del 1860, ma prima fu sostituita da altre più gravose impo­ste e nel 1868 ripristinata e le sommosse prevenute con l’intervento delle forze dell'ordine.

Nel 1861 dal corpo elettorale ritornarono ad essere esclusi tutti gli analfabeti non possidenti, i cosiddetti cafoni. Il deputato eletto per il Collegio fu Mateo Raeli. Nelle elezioni successive del 1863 Garibaldi ottenne un solo voto!
Oltre alle tasse, era avversato dalla popolazione l'arruolamento obbligatorio, perché strappava alle famiglie il sostegno principale per il lavoro e il guadagno, apportando dolore e disperazione. Frequente erano la renitenza e le diserzioni che alimentavano il brigantaggio. Nel 1863 il Sindaco riferiva al Prefetto che i giovani aderivano alla leva militare con entusiasmo; ma i renitenti erano stati 26! Lo stesso contrasto fra dichiarazioni e realtà c’era per quanto riguarda "la soli­darietà tra popolo ed esercito".
Nel 1865 veniva fondata la Società Operaia, con Presidente onora­rio Giuseppe Garibaldi, basata sui principi di fratellanza, uguaglian­za e mutuo soccorso; primo presidente fu Melchiorre Casamichela.

Il 1867 fu tristissimo per le gravi calamità che colpirono la città. La siccità che durava da un anno causò un'orribile carestia. Nel mese di febbraio e marzo furono fatte solenni processioni con le immagini della Madonna e dei Santi, e coi due simulacri del Cristo alla Colon­na e alla Croce, per implorare dal cielo la pioggia. In agosto scoppiò poi il colera. Questa epidemia aveva già colpito due volte Spaccaforno: quello dei 1837, il cosiddetto "colera di Napoli", aveva causato 191 morti, e quello del 1855, mieté circa 250 vittime, per lo più fra anziani. Ma quello del 1867 fu il più terribile: la città fu abbandonata, perché gran parte degli abitanti terrorizzati fuggi nelle campagne; i morti furono 335.

Negli anni 1866-67 entrano in vigore le leggi delle espropriazioni dei beni ecclesiastici e della soppressione delle Corporazioni Religiose. I tre Conventi dei Carmelitani, Cappuccini e Minori Osservanti e il Monastero di S. Giuseppe, vennero chiusi, i religiosi costretti a svestire l’abito e i beni mobili e stabili confiscati e incamerati dal Fondo per il Culto, che li cedette poi al Comune. La vendita dei terreni e fabbricati, all'asta o per trattativa privata, vide prevalere i possidenti sulla gente povera. La maggior parte del possessori o compra­tori di terre gravate da censo, per via legittima o illegittima, riusciro­no poi ad affrancarsi delle soggiogazioni. Il risentimento degli eccle­siastici tu molto forte, ma anche il sentimento religioso del popolo fu ferito profondamente.

Gli anni 1870-90 furono difficili perché afflitti da molti mali. Forti le differenze sociali fra la massa dei contadini poveri e i pochi proprietari benestanti. La miseria era endemica e gravata dalla malaria. I salari erano miseri e l'usura opprimente e, mancando il lavoro, molti erano costretti ad emigrare. Anche gli amministratori erano spesso incapaci e faziosi. Ma qualche sindaco voleva promuovere sincera­mente il bene pubblico e richiedeva alle autorità bonifiche, macchine per l'agricoltura, monte agrario, telegrafo, ferrovia, acquedotto e anche un teatro.

Negli anni 1886-1894 fu portata a termine la linea ferrata Siracusa-Gela, mentre il nostro scalo ferroviario venne completato, con la for­nitura dell'acqua della Barrera e la strada d'accesso, nel 1892.

Nel 1874 il camposanto del Convento dei Frati minori fu dichiarato "piccolo, ingombro e mal tenuto". Dopo le solite lungaggini, nel 1889 si iniziarono i lavori del nuovo attuale cimitero, su progetto degli in­gegneri Troia e Tomasi, e nel 1894 ci fu l'inaugurazione. La cappella è stata rifatta nel 1960.


Di Melchiorre Trigilia dal libro “Storia e guida di Ispica” – So.Ge.Me Editore – luglio 1988
 
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